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Lunedì 28 Giugno 2010
Festival delle Periferie
Partiamo dalla location. Per quanto nulla intorno ispiri natura, concerti e divertimento l'area di villa Bombrini a Cornigliano, che solo per quest'anno sostituisce villa Rossi, è una piccola oasi di verde nel mezzo di un panorama industriale, accogliente quanto basta da rendersi non solo valida alternativa ma a detta di alcuni perfino preferibile alla consueta cornice del Festival delle Periferie. Di questa edizione 2010, come sempre organizzata dai ragazzi di Metrodora, mi toccano in sorte solo due serate, quella di venerdì e quella di domenica.

Parto dunque dalla prima, cui arrivo pochi minuti prima dell'inizio dei concerti, bypassando gli usuali banchetti in direzione cibo. Sto ancora addentando il mio sospiratissimo hamburger quando sul palco salgono i Wild Wolves, giovane gruppo di cui nulla so. Alla mia richiesta di informazioni li sento etichettare genericamente come un gruppo metal e tra il 'genericamente' e il 'metal' percepisco che non saranno esattamente la mia tazza di tè, ma non sia mai che il sottoscritto smonti un gruppo meritevole solo per scarse affinità col genere. Quando però mi viene riferito di un effetto che simula il growl nel microfono del cantante, bè, il brivido non è dovuto al freddo; e, obiettività o no, il pollice va scivolando verso il basso. Sono il primo a stravedere per pedali e tecnologie varie, intendiamoci, e simpatizzo volentieri per certo metal 'evoluto'; a patto però che questa presunta evoluzione non coincida con una parodia dei tratti caratterizzanti del genere. Oppure sì, ma che sia dichiarata e/o che si accompagni a una sostanza dei brani che qui ancora non vedo. Anzi. Detto che più che di metal parlerei di pseudo-crossover, un brano poggia su riff di chitarra non a caso figli di Tom Morello. Sarebbe un complimento, se fossimo ancora negli anni 90 e se i Rage Against The Machine non fossero ancora oggi tra i gruppi più emulati. Un altro brano invece termina in maniera talmente imbarazzante da suscitare mormorii e scambi di occhiate tra il pubblico. Mah? L'approccio obliquo alla materia è finora l'unica lancia spezzabile, per il resto il lavoro da fare è ancora tanto.
I R.U.G.H.E. arrivano sul palco del Periferie generando sgomento fin dalla loro inquietante apparenza. La mente corre al loro primo live al Buridda, quando senza nemmeno sapere chi si nascondesse dietro quei sacchetti di cartone indossati come maschere, assistemmo a ciò cui si è assistito allo Spazio Targa poi e a cui assisteremo a villa Bombrini oggi: un tripudio di urla, angoscia, flussi di rumore e qualche vago tecnicismo ammiccante al prog, quest'ultimo unico indizio per identificare l'altrimenti insospettabile Fabio Zuffanti che qui si misura con il più 'out' dei suoi molti progetti. Non a caso a curare le sorti del disco del trio genovese è la Niente Records degli St.Ride, di cui un rappresentante è tra il pubblico, visibilmente divertito per gli stessi motivi che lasciano la maggior parte dei presenti, come dicevo, sgomenti e qualcun altro (tipo il sottoscritto) perplesso. E non certo per i R.U.G.H.E. in sè: che siano interessanti nella loro stramberia non è in discussione, così come non lo è la buona qualità del loro live. Semplicemente la sensazione, nonostante l'assenza di filtri di cui il Periferie fa giustamente bandiera, è quella di una proposta eccessivamente fuori contesto per genere, profilo e utenza.
Dietro al discutibile monicker dei Maxpicchiatoda3 si nascondono delle vecchie conoscenze: gli allora Polish Child, da Asti, suonarono infatti al Rural Indie Camp di disorder Drama un paio di anni fa. Nel mentre si sono accasati presso la nostra Green Fog per la pubblicazione non ancora avvenuta di un disco che, in corso d'opera, ha visto mutare ragione sociale, idioma (dall'inglese all'italiano) e dunque genere. Tecnicamente funziona ancora tutto: i ragazzi ci credono un sacco, sanno tenere il palco, suonano in maniera ineccepibile. Purtroppo però (e mi piacerebbe essere smentito, eh, che loro paion proprio bravi cristi) il binomio synth + cantato in italiano richiama nella mia testa sempre le stesse parole, ovvero 'fuori tempo massimo'. Certo, la storia insegna che la ruota gira e i trend di un tempo possono tornare alla ribalta in poco: ma fintanto che non è così, e pensando ai possibili feedback sul progetto così impostato, posso solo fare i miei migliori auguri.
Che per i Cartavetro fosse un buon momento era già chiarito dai fatti: le tantissime buone recensioni del loro 'We Need Time', una buona quantità di date in Italia e all'estero, un 'successo' che va ovviamente virgolettato in termini di numeri ma che è reale in termini di responsi positivi. E che è tutto meritato, come dimostra anche quest'ultimo set in cui i ragazzi, a dispetto di qualche disguido tecnico sul palco (impercettibile, però, per chi sta al di sotto), operano in crescendo e sugli ultimi due pezzi prendono il volo. Come sempre è tutto giocato nel mescolare con gusto i tanti ascolti che hanno formato i tre genovesi, e il paio di inediti che sentiamo nel confermare questa formula lasciano anche intendere un ulteriore e deciso salto di qualità per il prossimo lavoro. Sentiremo, si spera presto.
Gli headliners per caso della serata, ovvero i Blown Paper Bags, sono apparentemente gli unici a non prendersi sul serio. E, no, non sto parlando delle gag (a sto giro finalmente udibili) di Matteo sul palco; bensì del fatto che, mentre tutti ne lodano l'operato in studio e dal vivo (prendiamo ad esempio mezza blogosfera dopo l'ultimo Musica nelle Valli), loro, dopo anni di lavoro sul disco nuovo, lo stampano ma non si preoccupano nè di trovare un'etichetta che lo distribuisca nè conseguentemente di allegare uno straccio di copertina al cd, lasciando il volgo ignorante nell'ignoranza non solo sui credits e sulla relativa tracklist, ma più di tutto sulla notizia dell'uscita stessa. Venendo al live, e detto che i pezzi nuovi, pensati e registrati nella formazione a tre, suonano ancor meglio di quanto facciano i pur gloriosi vecchi, il gruppo torna a garantire ciò che era: una macchina punk-funk (o kraut-core, come usano definirsi loro) caciarona e stilosa al contempo, meritevole di un pubblico non tanto più numeroso (che il maltempo non ha aiutato di certo la serata) quanto piuttosto più partecipe nel senso più shakeyourass del termine.
La serata si sposta quindi all'interno di villa Bombrini. Qui, dopo un breve dj set di Krtek (ovvero Davide dei Japanese Gum), il sottoscritto assiste per la prima volta a un live dei We Are Negative. Pensavo fosse metal, invece era un calesse di unzaunza senza ritegno offerto dal reinventato Giovanni dei Cartavetro in tandem con Federico (già En Roco e Cut Of Mica, oggi nei Kramers) i cui deliranti declami rispondono alla domanda 'cosa sarebbe successo se Max Collini anzichè mangiare cinnamon avesse passato l'adolescenza a impasticcarsi davvero e ascoltare i Chemical Brothers?'. L'acustica della sala fa rimbombare i suoni ma il concetto arriva chiaro ugualmente: Gio e Fede, siete dei tamarri senza fine e vi voglio bene per questo. Anche se non ho resistito fino alla fine, complice l'alzataccia che mi attendeva.

La seconda serata concede tempi di arrivo e ripartenza ragionevolmente più calmi rispetto a venerdì, il paradosso è che comunque assisterò a meno cose.
Ad esempio, pur essendo a villa Bombrini da un bel po' prima che inizi la serata, perdo clamorosamente i Dogzilla. Colpa della premiata ditta Dresda / The Big White Rabbit che, dopo avermi attirato nel backstage, inizia a stappare bottiglie di spumante una dietro l'altra distraendomi dal guardare l'ora. Quello che sento provenire dal palco è tendenzialmente grind, nulla di particolarmente originale non fosse che (mi viene riferito) a interpretarlo sono dei soggetti anagraficamente ben oltre la media dei gruppi del genere. Averli visti, forse avrebbero vinto quantomeno il premio simpatia.
Nel frattempo apprendo che la serata di sabato è stata rimandata a lunedì a causa del maltempo: tra le forti piogge e la temperatura molto bassa per una serata di giugno, non possiamo parlare di un'edizione molto fortunata del Periferie. Ce ne accorgiamo cià con The Vicious: il palco coperto li risparmia dalla pioggia che inizia a cadere tutto intorno. Loro, come sempre perfettamente calati sia musicalmente che esteticamente nel loro blues / rock'n'roll revival, rispondono con l'ironia che ci aspettavamo. Che non si tratti precisamente del mio genere è cosa che non posso negare, che però loro (non li vedevo da molto) siano cresciuti è altrettanto indubbio: l'insieme del loro live è molto più ordinato e compatto, dalla qualità dei brani all'esecuzione degli stessi; e poi certo, gli indovinelli sulle cover che eseguono con tanto di maglietta in premio sono inevitabili, siccome uscite di questo genere sono un marchio di fabbrica per il gruppo: semplicemente, ora è tutto molto più equilibrato rispetto a prima. E convince assai di più.
Il disco cui i Dresda stanno lavorando si chiama 'Diluvio'. A mo' di slogan, Marco aveva annunciato su Facebook le prossime date del gruppo al grido di 'ai nostri concerti pioverà tantissimo'. Una carriera da metereologo buttata alle ortiche. Appena i cinque post-rockers, accompagnati da occasionale (e molto bravo) violoncellista, salgono sul palco la pioggia e il freddo diventano insopportabili. Eppure il maltempo diverrà componente scenografica di forte suggestione per il live del gruppo: magari non il migliore in tutti i sensi di questa edizione del Periferie, ma certamente il più emozionante. L'ottimo effetto delle luci sul palco rende i nostri statuari come dei piccoli Mogwai mentre sul telone in fondo al palco il vento fa ondeggiare il logo del Festival come una bandiera che sventola. E poi i pezzi nuovi, forse nuovamente sui binari rispetto alle possibili vie di fuga dal post-rock espresse da 'Pequod', ma quanto più maturi e 'importanti' e coinvolgenti rispetto al primissimo EP. E a questo pensiero si somma il ricordo di tre anni prima, proprio al Festival delle Periferie, quando poco prima della loro salita sul palco il buon Matteo Casari mi introdusse i Dresda dicendo 'sono ancora un po' acerbi ma seguili perchè vedrai che cresceranno'. Tu chiamale, se vuoi, chiusure del cerchio.
La pioggia e il freddo non smettono neanche durante il set di The Big White Rabbit, con la differenza che nel caso di Max la dimensione adatta alla sua musica pare quella più chiusa e intima di un posto come La Claque, dove lo vidi suonare la prima volta. Purtroppo fra corse per gli hamburger e ritirate verso il backstage (il freddo si sta facendo davvero duro da reggere), perdo buona parte del suo set ma quanto vedo basta ad alzare il pollice anche per questa versione diciamo 'full band', rivelatoria del nostro uomo come soggetto a suo agio anche su palchi più 'rock'. Potenzialmente un tassello-chiave nel mosaico che Genova prefigura per gli anni 10.
Infine gli Zen Circus, sui quali c'è poco da dire. Già deludenti in studio, un ultimo album con un titolo di pessimo gusto che sembra scelto apposta per far parlare di loro, e un live che non cambia di una virgola il mio giudizio sul loro conto. Sul palco hanno presenza, ci mancherebbe, sono sicuri di loro stessi come pochi ma certamente non basta. Tanto più pensando che in Italia c'è gente con molta meno visibilità che merita molti più soldi di quanti possano prenderne loro (e che giustamente non li chiede).
Bypasso l'after show onde evitare di andare fino a casa a piedi.

Complessivamente l'idea che rimane del Periferie, Rossi o Bombrini che sia, è sempre quella: una vetrina di proposte e generi così diversi non può non dare luogo a giudizi anche molto differenti sui singoli gruppi, fa parte del gioco quando organizzi un festival di questo tipo e sono certo che in Metrodora lo sappiano bene. Il vero motore, quello che davvero mette d'accordo tutti, è il clima generale, sempre divertente e piacevole. E' grazie ad esso che questo Festival cammina ormai da solo a prescindere dal richiamo dei singoli nomi: è qualcosa che 'ti aspetti che ci sia', quasi una tradizione. Come tante altre serate genovesi, certo, ma in un'ottica più espansa: quella di una sorta di aggregazione, sia pure involontaria e occasionale, tra le molteplici sottofamiglie e 'scuole di pensiero' dell'underground cittadino.



Commento lasciato da Luciano Zambito, Martedì 29 Giugno 2010 alle ore 14:50

Un gruppo che a fine concerto stacca il jack e si mette a suonare in acustico per quattro gatti sotto la pioggia che son venuti a sentirli (e li ringrazia ancora il giorno dopo su facebook) è difficile da trovare, anche tra i super-emergenti...potrebbe quindi -ANCHE per questo- meritare una determinata cifra (che, devo ammettere, non conosco).. tuttociò a prescindere dai gusti. ["poco da dire, deludenti, titolo di pessimo gusto, altra gente che merita più soldi"] ..e che t'avranno mai fatto?


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